Proverò ad esporre il vissuto in una sequenza temporale, anche se il ricordo non segue, di per sè, nessuna logica, non ha nè fine, nè inizio, ma entra ed esce da me secondo regole ancora sconosciute ...
Un giorno di fine marzo
come tanti altri giorni di fine marzo di cui non rimarrà che una mistura di sensazioni gradevoli legate alle giornate miti ed ai profumi che in questo periodo dell'anno si risvegliano. Una luce rarefatta attraversa il parco, qua e là i contadini hanno acceso i fuochi e soffia da nord-ovest una brezza ancora invernale. Il sottobosco fangoso porta in sè tracce di stivali e pneumatici, la malinconia, o meglio, il pensiero della malinconia nutrito da tenui raggi di sole come i boccioli della magnolia attende il rosa della sera per esprimersi in tutta la sua bellezza. E poichè la malinconia come un isola ancora vergine nasconde in sè misteri indecifrabili, m'imbatto casualmente in lui: Luca.
Uno stormo di rondini attraversa quella porzione di cielo soprastante dove il fato ha voluto che c'incontrassimo, ancora una volta in questa stagione dolce.
Noi lì, oltre i filari di pioppi, oltre i campi di papaveri; poi la statale dove automobili, motociclette, camion, trattori e pensieri reconditi viaggiano quotidianalmente.
Siccome la mente intesse relazioni tra gli avvenimenti che la vita ci pone, penso che vedere oggi Luca sia come evocare la primavera della mia vita.
Lo saluto con un sorriso che contraccambia e mi viene incontro: alto, brizzolato, con una sottile barba che gli incornicia il volto, lo sguardo azzurro, cristallino, che vede un mondo limpido. Lui, pienamente consapevole della sua identità, io, l'oscuro, poichè da tutto ciò che è oscuro sono attratto. Porta con disinvoltura una giacca sportiva sopra la camicia, ha la sigaretta accesa in bocca; si guarda attorno, poi guarda me ed ancora i suoi occhi si spostano altrove con inquetudine come a cercare qualcosa. La sua disinvoltura, la sua floridezza sono un'allegoria della padronanza del corpo.
<<Come va?>>
<<Bene, ho finito di lavorare ed avevo bisogno di camminare un po'>> mi risponde.
Il cielo terso si stempera in tonalità rosa sempre più leggere, il paesaggio si distende.
Laggiù la ferrovia dietro le case operaie dalle facciate rose: panni stesi, cortili in terra battuta dove mio padre impreca contro mio fratello Simone perchè ha posteggiato la moto sul terreno coltivato, Sara pianta peonie in vasi di latta da vernice, Pietro annaffia i pomodori. Uno scoiattolo che si è intrufolato nel solaio della canonica fa suonare l'allarme richiamando l'attenzione di tutto il borgo che per qualche minuto abbandona le sue attività quotidiane per ritornare ad esse quando il suono metallico della sirena cessa, allora i cani smettono di abbaiare e le gazze ritornano, mentre lungo la strada che porta lì Luca al mio fianco tace, mai mi sono trovato in una situazione così intima con qualcuno, per questo il suo mutismo non mi imbarazza e non sento il bisogno di spezzarlo con discorsi inutili: la condivisione del silenzio conferma il nostro legame.
Malgrado siano già le sei di sera è ancora chiaro. Il gracidio delle rane sopraffà questo luogo.
La prima volta che lo vidi fu all'istituto d'arte, per pagarsi gli studi lavorava come saldatore e la pausa pranzo veniva a mangiare nella mensa dove facevo il cameriere, anch'io con il fine di mantenermi la retta scolastica. Lui era due classi più avanti della mia. Abituato fin da bambino ad essere autosufficiente poichè il padre non lo conobbe e la madre smise di occuparsi di lui appena svezzato, questo ragazzo crebbe come un albero selvatico: salubre, ruvido e incurante della sua bellezza. Di un'intelligenza vivace, prometteva molto bene, i professori lo consideravano brillante nelle idee come nella tecnica pittorica, ogni tanto gli allievi del corso avanzato venivano da noi a darci qualche consiglio su come realizzare gli elaborati che gli insegnanti ci chiedevano. Mi ricordo che Luca scelse di seguire me nella esecuzione di un dipinto di Marc Chagall: "Vitebsk: scena di paese" dove in primo piano un clown bianco tiene in mano una lampada ad olio come ad illuminare la vita del borgo, il cielo è una colata di rosso sulle casupole di travi in legno dai tetti di paglia appena abbozzati, un cavallo tira un carretto, appare dietro una stamberga un vecchio con un sacco sulle spalle ed il bastone in mano, illuminato da pennellate gialle, cammina per un viottolo immaginario, poi comignoli e steccati. Tutto è appena percettibile, l'armonia sta proprio nell'indeterminatezza, nel non compiuto.
Grazie al tratto ingenuo e veloce i colori si liberano e proprio come la luce diventano dinamici.
Mai dimenticherò quel dipinto che scelsi per la sua forza evocativa e perchè mi ricordava il borgo dove sono nato.
Luca prese la mia mano che teneva il pennello intinto nel rosso e l'accompagnò al dipinto, spiegandomi che per impadronirsi della tecnica pittorica di Chagall bisogna gettare il colore sulla tela senza timori. Ne rimasi incantato.
Da quella sera incontrandoci nei corridoi iniziammo a salutarci, poi a parlare, infine, dopo una lezione, decidemmo di andare al caffè Boccaccio a prendere il tè.
Fu quel giorno che Luca cominciò a raccontarmi di lui; mi confidò che voleva diventare un grande artista, diceva di avere delle idee rivoluzionarie che avrebbero cambiato il modo di vedere "il bello". Era un piacere avere dei sogni in comune che mi caricavano di energia, e quell'energia aveva su di me un effetto positivo, mi offriva un'altra visione del mondo. In quel periodo amavo alzarmi presto, respirare l'aria fresca del mattino, correre sui prati, godere di un tramonto, mentre su di lui quell'energia creava tensione e frustrazioni, diventava sempre più magro, io sempre più florido, la differenza tra lui e me era che lui voleva cambiare il mondo, io al mondo non ci credevo quindi non sentivo l'esigenza di cambiarlo.
Un giorno m'invitò nella sua camera presa in affitto vicino all'istituto d'arte e con gli occhi raggianti mi fece vedere i suoi dipinti che in effetti erano interessanti: si trattava di paesaggi visionari dalla prospettiva perfetta, realizzati in diverse tonalità dello stesso colore, con una cura meticolosa, quasi maniacale per il dettaglio. Quelle opere, secondo me, per quanto belle nascondevano una certa inquetudine e poichè credevo in quello che faceva glielo dissi: <<sei molto bravo, ma questi quadri trasmettono un malessere esistenziale, per quanto tecnicamente perfetti, sono gelidi.>> Accolse la mia analisi con stupore, guardò e riguardò le sue tele, cercando di vederle sotto un'ottica diversa. Era smarrito, spense la luce, aprì la finestra per fare entrare il sole pomeridiano nella stanza, poi dispose le tele in maniera che la luce naturale le cadesse contro per esaminarle minuziosamente in silenzio. Io osservavo come stesse inginocchiato davanti alle sue opere e le studiasse con un tale trasporto da non vedere altro: l'arte era il suo criterio di valutazione del mondo. In quel momento lo invidiavo prendendo coscienza di quanto io non fossi in grado, non solo di dipingere come lui, ma sopratutto di crederci in quel mondo.
Una sera m'invitò al caffè Boccaccio, era molto teso, dopo alcune parole gettate a caso mi confidò di avere conosciuto una ragazza: Cristina. Lo ascoltavo in silenzio nel tentativo di capire se quella conoscenza gli recasse gioia; mi accorgevo che lui stesso non sapeva bene cosa fare, continuava a ripetwermi che la priorità della sua vita era dipingere. Rimanemmo in silenzio, solo il rumore dei cucchiaini intinti nella bevanda calda. Ognuno guardava dall'altro lato del locale come a cercare una scorciatoia, lentamente. Poi tornammo a guardarci senza parlare.
Dopo quella sera lo vidi raramente, Cristina divenne la sua compagna e dopo qualche mese restò incinta. I genitori di lei fecero pressione, lui interruppe gli studi per lavorare e mantenere quella che sarebbe diventata la sua famiglia, ma a quel tipo di vita non resse più di un anno.
In quel periodo si era appassionato ai libri di John Fante, quindi decise, non senza una profonda crisi di partire solo per gli Stati Uniti, dove rimase dieci anni. A Boston lavorò come imbianchino, muratore, fabbro e chissà che altro, conobbe Thuy, una ragazza vietnamita con la quale convisse per cinque anni, anche lei gli diede una figlia: Hùong. Malgrado amasse la bambina anche questo legame si concluse. Quando ritornò in Italia di Cristina e suo figlio non seppe più niente, nel quartiere si dice che Luca sia un balordo, l'unico amico che ancora lo difende sono io.
I genitori di lei quando lui partì la mandarono da certi parenti in Toscana, dove vive felicemente insieme al suo attuale marito e il bambino.
Luca smise di dipingere. Dal suo viaggio ritornò diverso, mi venne a trovare nello studio in cui lavoro come grafico: pacato nello sguardo, dimagrito, con la barba incolta, quando lo vidi rimasi visibilmente sorpreso tanto che sentì il bisogno di giustificarsi: <<Eccomi! Sono qui per rimettere insieme i pezzi della mia vita.>> Cercava di ritrovare in me l'età felice della sua adolescenza. Fu allora che mi disse: <<mi rendo conto di quanto i miei dipinti fossero vuoti di senso, solo ora capisco la vita.>>
Ancora insicurezze, ancora il bisogno di cercare qualcosa a cui aggrapparsi: prima l'arte ora la solidità del vissuto, ovviamente non replicai nulla com'è nel mio carattere e lo invitai a prendere un tè al caffè Boccaccio. Ridemmo del nuovo locale che insieme alla gestione cambiò anche arrdedamento che, tutto in acciaio e pietra ci ricordava un obitorio.
Avrei voluto ancora più sole sulle nostre vite.
Nell'estrosità
celebravamo la luce, i cui raggi
nutrivano i nostri sogni.
Avremmo dovuto attingere ancora di più
da quel mondo rurale che ci ha partorito.
Mentre in silenzio ritorniamo alle nostre rispettive case, fisso ciò che vedo nella memoria. Arrivati all'altezza della vecchia scuola elementare, ora trasformata in appartamenti Luca mi saluta poichè abita lì. Ci lasciamo con la promessa di rivederci. Sì certo ci rivedremo ma nella consapevolezza che qualcosa di noi si è definitivamente perduto.
Attraverso la piazza del marcato, intanto cala il crepuscolo: nel cielo brilla una luna piena, succosa come un frutto maturo, percorro il viale alberato e attratto dalle grandi vetrate della sala giochi che con la loro luce varcano la notte, entro e bevo un caffè, poi mi dirigo verso casa, passo davanti al capannone delle biciclette disposte ordinatamente e bloccate da lucchetti d'acciaio, tutto mi si imprime dentro, tutto rimane: anche le corde del bucato per stendere i panni, anche i bagliori blu di questa pupilla immensa che è il cielo.
Alessandro Dattola
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| Marc Chagall - Vitebsk: scena di paese - 1917 |