venerdì 11 maggio 2012

L'inganno di luglio

...e mi aggrappo
alle lenzuola di cotone bianco,
per non svolazzare di qua e di là
risucchiato
dalla finestra aperta sul cortile,
fin sopra la vigna
e poi oltre, nel <<chissà dove>>.
Vertigine e terrore della caduta,
sul dolce luglio casco,
il piede su una buccia di pesca scivolante
mi ridà
alle correnti dell'imponderabile.

Alessandro Dattola


Borgo italiano

lunedì 16 aprile 2012

Risveglio di primavera

Proverò ad esporre il vissuto in una sequenza temporale, anche se il ricordo non segue, di per sè, nessuna logica, non ha nè fine, nè inizio, ma entra ed esce da me secondo regole ancora sconosciute ...

Un giorno di fine marzo
come tanti altri giorni di fine marzo di cui non rimarrà che una mistura di sensazioni gradevoli legate alle giornate miti ed ai profumi che in questo periodo dell'anno si risvegliano. Una luce rarefatta attraversa il parco, qua e là i contadini hanno acceso i fuochi e soffia da nord-ovest una brezza ancora invernale. Il sottobosco fangoso porta in sè tracce di stivali e pneumatici, la malinconia, o meglio, il pensiero della malinconia nutrito da tenui raggi di sole come i boccioli della magnolia attende il rosa della sera per esprimersi in tutta la sua bellezza. E poichè la malinconia come un isola ancora vergine nasconde in sè misteri indecifrabili, m'imbatto casualmente in lui: Luca.
Uno stormo di rondini attraversa quella porzione di cielo soprastante dove il fato ha voluto che c'incontrassimo, ancora una volta in questa stagione dolce.
Noi lì, oltre i filari di pioppi, oltre i campi di papaveri; poi la statale dove automobili, motociclette, camion, trattori e pensieri reconditi viaggiano quotidianalmente.
Siccome la mente intesse relazioni tra gli avvenimenti che la vita ci pone, penso che vedere oggi Luca sia come evocare la primavera della mia vita.
Lo saluto con un sorriso che contraccambia e mi viene incontro: alto, brizzolato, con una sottile barba che gli incornicia il volto, lo sguardo azzurro, cristallino, che vede un mondo limpido. Lui, pienamente consapevole della sua identità, io, l'oscuro, poichè da tutto ciò che è oscuro sono attratto. Porta con disinvoltura una giacca sportiva sopra la camicia, ha la sigaretta accesa in bocca; si guarda attorno, poi guarda me ed ancora i suoi occhi si spostano altrove con inquetudine come a cercare qualcosa. La sua disinvoltura, la sua floridezza sono un'allegoria della padronanza del corpo.
<<Come va?>>
<<Bene, ho finito di lavorare ed avevo bisogno di camminare un po'>> mi risponde.
Il cielo terso si stempera in tonalità rosa sempre più leggere, il paesaggio si distende.
Laggiù la ferrovia dietro le case operaie dalle facciate rose: panni stesi, cortili in terra battuta dove mio padre impreca contro mio fratello Simone perchè ha posteggiato la moto sul terreno coltivato, Sara pianta peonie in vasi di latta da vernice, Pietro annaffia i pomodori. Uno scoiattolo che si è intrufolato nel solaio della canonica fa suonare l'allarme richiamando l'attenzione di tutto il borgo che per qualche minuto abbandona le sue attività quotidiane per ritornare ad esse quando il suono metallico della sirena cessa, allora i cani smettono di abbaiare e le gazze ritornano, mentre lungo la strada che porta lì Luca al mio fianco tace, mai mi sono trovato in una situazione così intima con qualcuno, per questo il suo mutismo non mi imbarazza e non sento il bisogno di spezzarlo con discorsi inutili: la condivisione del silenzio conferma il nostro legame.
Malgrado siano già le sei di sera è ancora chiaro. Il gracidio delle rane sopraffà questo luogo.

La prima volta che lo vidi fu all'istituto d'arte, per pagarsi gli studi lavorava come saldatore e la pausa pranzo veniva a mangiare nella mensa dove facevo il cameriere, anch'io con il fine di mantenermi la retta scolastica. Lui era due classi più avanti della mia. Abituato fin da bambino ad essere autosufficiente poichè il padre non lo conobbe e la madre smise di occuparsi di lui appena svezzato, questo ragazzo crebbe come un albero selvatico: salubre, ruvido e incurante della sua bellezza. Di un'intelligenza vivace, prometteva molto bene, i professori lo consideravano brillante nelle idee come nella tecnica pittorica, ogni tanto gli allievi del corso avanzato venivano da noi a darci qualche consiglio su come realizzare gli elaborati che gli insegnanti ci chiedevano. Mi ricordo che Luca scelse di seguire me nella esecuzione di un dipinto di Marc Chagall: "Vitebsk: scena di paese" dove in primo piano un clown bianco tiene in mano una lampada ad olio come ad illuminare la vita del borgo, il cielo è una colata di rosso sulle casupole di travi in legno dai tetti di paglia appena abbozzati, un cavallo tira un carretto, appare dietro una stamberga un vecchio con un sacco sulle spalle ed il bastone in mano, illuminato da pennellate gialle, cammina per un viottolo immaginario, poi comignoli e steccati. Tutto è appena percettibile, l'armonia sta proprio nell'indeterminatezza, nel non compiuto.

Grazie al tratto ingenuo e veloce i colori si liberano e proprio come la luce diventano dinamici.

Mai dimenticherò quel dipinto che scelsi per la sua forza evocativa e perchè mi ricordava il borgo dove sono nato.

Luca prese la mia mano che teneva il pennello intinto nel rosso e l'accompagnò al dipinto, spiegandomi che per impadronirsi della tecnica pittorica di Chagall bisogna gettare il colore sulla tela senza timori. Ne rimasi incantato.
Da quella sera incontrandoci nei corridoi iniziammo a salutarci, poi a parlare, infine, dopo una lezione, decidemmo di andare al caffè Boccaccio a prendere il tè.
Fu quel giorno che Luca cominciò a raccontarmi di lui; mi confidò che voleva diventare un grande artista, diceva di avere delle idee rivoluzionarie che avrebbero cambiato il modo di vedere "il bello". Era un piacere avere dei sogni in comune che mi caricavano di energia, e quell'energia aveva su di me un effetto positivo, mi offriva un'altra visione del mondo. In quel periodo amavo alzarmi presto, respirare l'aria fresca del mattino, correre sui prati, godere di un tramonto, mentre su di lui quell'energia creava tensione e frustrazioni, diventava sempre più magro, io sempre più florido, la differenza tra lui e me era che lui voleva cambiare il mondo, io al mondo non ci credevo quindi non sentivo l'esigenza di cambiarlo.
Un giorno m'invitò nella sua camera presa in affitto vicino all'istituto d'arte e con gli occhi raggianti mi fece vedere i suoi dipinti che in effetti erano interessanti: si trattava di paesaggi visionari dalla prospettiva perfetta, realizzati in diverse tonalità dello stesso colore, con una cura meticolosa, quasi maniacale per il dettaglio. Quelle opere, secondo me, per quanto belle nascondevano una certa inquetudine e poichè credevo in quello che faceva glielo dissi: <<sei molto bravo, ma questi quadri trasmettono un malessere esistenziale, per quanto tecnicamente perfetti, sono gelidi.>> Accolse la mia analisi con stupore, guardò e riguardò le sue tele, cercando di vederle sotto un'ottica diversa. Era smarrito, spense la luce, aprì la finestra per fare entrare il sole pomeridiano nella stanza, poi dispose le tele in maniera che la luce naturale le cadesse contro per esaminarle minuziosamente in silenzio. Io osservavo come stesse inginocchiato davanti alle sue opere e le studiasse con un tale trasporto da non vedere altro: l'arte era il suo criterio di valutazione del mondo. In quel momento lo invidiavo prendendo coscienza di quanto io non fossi in grado, non solo di dipingere come lui, ma sopratutto di crederci in quel mondo.
Una sera m'invitò al caffè Boccaccio, era molto teso, dopo alcune parole gettate a caso mi confidò di avere conosciuto una ragazza: Cristina. Lo ascoltavo in silenzio nel tentativo di capire se quella conoscenza gli recasse gioia; mi accorgevo che lui stesso non sapeva bene cosa fare, continuava a ripetwermi che la priorità della sua vita era dipingere. Rimanemmo in silenzio, solo il rumore dei cucchiaini intinti nella bevanda calda. Ognuno guardava dall'altro lato del locale come a cercare una scorciatoia, lentamente. Poi tornammo a guardarci senza parlare.
Dopo quella sera lo vidi raramente, Cristina divenne la sua compagna e dopo qualche mese restò incinta. I genitori di lei fecero pressione, lui interruppe gli studi per lavorare e mantenere quella che sarebbe diventata la sua famiglia, ma  a quel tipo di vita non resse più di un anno.
In quel periodo si era appassionato ai libri di John Fante, quindi decise, non senza una profonda crisi di partire solo per gli Stati Uniti, dove rimase dieci anni. A Boston lavorò come imbianchino, muratore, fabbro e chissà che altro, conobbe Thuy, una ragazza vietnamita con la quale convisse per cinque anni, anche lei gli diede una figlia: Hùong. Malgrado amasse la bambina anche questo legame si concluse. Quando ritornò in Italia di Cristina e suo figlio non seppe più niente, nel quartiere si dice che Luca sia un balordo, l'unico amico che ancora lo difende sono io.
I genitori di lei quando lui partì la mandarono da certi parenti in Toscana, dove vive felicemente insieme al suo attuale marito e il bambino.
Luca smise di dipingere. Dal suo viaggio ritornò diverso, mi venne a trovare nello studio in cui lavoro come grafico: pacato nello sguardo, dimagrito, con la barba incolta, quando lo vidi rimasi visibilmente sorpreso tanto che sentì il bisogno di giustificarsi: <<Eccomi! Sono qui per rimettere insieme i pezzi della mia vita.>> Cercava di ritrovare in me l'età felice della sua adolescenza. Fu allora che mi disse: <<mi rendo conto di quanto i miei dipinti fossero vuoti di senso, solo ora capisco la vita.>>
Ancora insicurezze, ancora il bisogno di cercare qualcosa a cui aggrapparsi: prima l'arte ora la solidità del vissuto, ovviamente non replicai nulla com'è nel mio carattere e lo invitai a prendere un tè al caffè Boccaccio. Ridemmo del nuovo locale che insieme alla gestione cambiò anche arrdedamento che, tutto in acciaio e pietra ci ricordava un obitorio.

Avrei voluto ancora più sole sulle nostre vite.
Nell'estrosità
celebravamo la luce, i cui raggi
nutrivano i nostri sogni.
Avremmo dovuto attingere ancora di più
da quel mondo rurale che ci ha partorito.

Mentre in silenzio ritorniamo alle nostre rispettive case, fisso ciò che vedo nella memoria. Arrivati all'altezza della vecchia scuola elementare, ora trasformata in appartamenti Luca mi saluta poichè abita lì. Ci lasciamo con la promessa di rivederci. Sì certo ci rivedremo ma nella consapevolezza che qualcosa di noi si è definitivamente perduto.
Attraverso la piazza del marcato, intanto cala il crepuscolo: nel cielo brilla una luna piena, succosa come un frutto maturo, percorro il viale alberato e attratto dalle grandi vetrate della sala giochi che con la loro luce varcano la notte, entro e bevo un caffè, poi mi dirigo verso casa, passo davanti al capannone delle biciclette disposte ordinatamente e bloccate da lucchetti d'acciaio, tutto mi si imprime dentro, tutto rimane: anche le corde del bucato per stendere i panni, anche i bagliori blu di questa pupilla immensa che è il cielo.

Alessandro Dattola

Marc Chagall - Vitebsk: scena di paese - 1917

domenica 1 aprile 2012

Che cosa resta ...

Che cosa resta
di tutti i clown eterni come Stan Laurel e Oliver Hardy
dei cantinari giù al porto,
di stravaganti dark che infrangono gli specchi che li riflettono
dei disillusi
del Dio al neon ...
... che cosa resta

Alessandro Dattola

Parigi


martedì 20 marzo 2012

Melancholia: un film di Lars Von Trier

Circondati da un suggestivo paesaggio svedese, una coppia di giovani sposi vive il fallimento della loro unione, poichè lei: una ragazza intraprendente di nome Justine ha un crollo psicologico. Durante la cerimonia nuziale prende coscienza di tutto quello che la classe capitalista e produttiva le offre: un marito ideale, bello e premuroso, una carriera e una casa da sogno. Questo futuro idilliaco su di lei incomincia ad avere un peso insopportabile quindi abbandona il marito, insulta il suo datore di lavoro, un imprenditore crudele che le ha regalato la cerimonia a patto che lavori senza scrupoli per la sua azienda, e cade in depressione. Questa disfatta avviene nella gotica villa del cognato e della sorella Claire che hanno organizzato il ricevimento del suo matrimonio seguendo un rigido protocollo. Nel frattempo un pianeta immenso si avvicina alla terra. Claire  e suo marito, esperti di astronomia studiano con molta apprensione questo fenomeno e si prendono cura di Justine che stabilitasi da loro dopo la separazione profetizza in uno stato di perenne ipnotismo la fine del mondo, come se il pianeta, chiamato dagli studiosi Melancholia suggerisse alla sua psiche quello che deve accadere. Questo film è una metafora  sul tramonto che il ceto capitalista sta vivendo nella nostra epoca. La vita dei personaggi si sgretola, si dissolve, crollano i miti borghesi: il matrimonio, il lavoro, il rapporto tra i familiari. Su questo aspetto è interessante la figura della madre della sposa interpretata da una magnifica Charlotte Rampling, che davanti a tutti gli invitati al banchetto spregia con aria sarcastica l'istituzione del matrimonio. Il regista offre agli spettatori una visione della nostra società che sta cambiando, con immagini sublimi, eleganti, con ambientazioni raffinate, utilizzando una luce fotografica spettrale, Lars Von Trier narra quello che siamo e quello che non è destinato a rimanere di noi.

Alessandro Dattola

Justine interpretata dall'attrice Kirsten Dunst



martedì 6 marzo 2012

... strati di ruggine

... strati di ruggine su cui si sovrappone altra ruggine.
Corde per stendere il bucato. L'abbaiare sordo dei cani.

Tra i rottami
la sua bellezza è un canto di guerra che tutto oltraggia ...

Alessandro Dattola
I Bagliori del Nero
Harlequin
Harlequin

I Bagliori del Nero












sabato 3 marzo 2012

La strega

Non sono la terra, non sono la radice ritorta del faggio.
Nulla di tutto questo io sono.
I tronchi frondosi cantano la mia stirpe di fuoco.

Solitaria come una regina merovingia nel suo castello
innalzo la mia voce incantevole al cielo purpureo della sera ...

Alessandro Dattola

Zia Adelaide - 1914

giovedì 23 febbraio 2012

Corinne

Il soffio vitale del Dio al neon mette in moto congegni, guardiani dei sogni del popolo oscuro delle città mitiche. Guai a colui che infrange i tuoi sogni!

Sdraiata sul divano del suo boudoir, Corinne fuma lentamente una sigaretta, gustandosi l'aroma del tabacco che spande nella stanza un profumo pungente come cognac.
E' notte.
La stanza è un bazar di artifici inutili: gingilli, statue, vasi, quadri volgari appesantiti da cornici sontuose, divani, poltroncine foderate in tessuti sgargianti: scomode e fragili, destinate a non accogliere nessuno ma che riempiono con la loro abbondanza di nastri, volant e balze la sua intimità. Il rifiuto della naturalezza serve ad allontanare la semplicità delle sue origini. In lei suscita ammirazione tutto ciò che è fastoso e decadente. Un po' come il popolo immagina le regine: sempre riccamente agghindate d'oro e di gioielli. Nella stanza fanno mostra di sé candelieri privi di scopo, giacchè hanno inventato la luce elettrica, invece i termosifoni, considerati "brutti" li ha nascosti sotto delle teatrali tende rosso carminio sottostanti delle mantovane smerlate, bordate in oro zecchino, ed esibisce con orgoglio un finto caminetto a legna che ti fa dimenticare di trovarti al quinto piano di un palazzo del centro cittadino. Eppure in mezzo a queste cianfrusaglie che intimidirebbero Eleonora Duse, Corinne con una vestaglia di chiffon rosa si muove disinvoltamente nell'attesa che il suo amante la chiami.
Corinne è un transessuale.
Nato in una famiglia di contadini, nelle campagne langarole del 1960, questo bambino bello e fragile ha sempre sognato un mondo che non era il suo, la sua sensibilità lo portava ad immaginare un'esistenza fuoti dalla vita rurale. Non accettava la parte maschile che c'era in lui, cresceva sognando di andare a Roma dove le inclinazioni che gli germogliavano dentro avrebbero potuto realizzarsi. Purtroppo non era portato per lo studio, quindi i suoi genitori dopo la terza media deciso di metterlo a lavorare in campagna. I primi  tempi sopportava il lavoro meglio della scuola, ma piano piano qualcosa in lui cambiava. Alto, magro e veloce come un cerbiatto attirava l'attenzione per la gaiezza delle sue movenze. I suoi fratelli si divertivano mentre a tempo di musica volteggiava per la casa ora prendendo la nonna e invitandola a ballare, ora rincorrendo il gatto o giocando con le farfalle di cui invidiava i colori. Certamente tutti in casa si domandavano un fanciullo di questo genere che futuro avrebbe avuto lì, ma poichè all'adolescenza è permesso tutto non ne facevano drammi pensando che crescendo sarebbe cambiato. Invece Giuseppe non solo non cambiava ma la sua gaiezza aumentava di giorno in giorno. Spesso abbandonava il lavoro, prendeva la bicicletta e si recava ad Alba attratto dalla vita cittadina, tanto che più di una volta suo padre del quale aveva un timore reverenziale doveva ricondurlo a casa con delle punizioni. Ma era più forte di lui il bisogno di passeggiare per le vie del centro ed andare a mangiare due bignole al caffè Calissano come i veri signori.
Passeggiando tra le vetrine ipnotiche di Via Vittorio Emanuele, notò seduti nel dehor di un bar un gruppo di ragazzi sfaccendati sorseggiare birre spumose. Una ragazza staccatasi dalla combriccola raggiunse il juke box dove inserì "The thrill is gone" di B.B. King, poi si tolse le scarpe e seguendo la melodia incominciò a danzare per la strada scandalizzando i passanti che le gridavano: <<Balorda!>> oppure <<Va a ca a fé je scapìn!>>. Anche cinque vecchi seduti ad un tavolo dello stesso locale interruppero la consueta partita a carte per osservare la ragazza. Giuseppe fu affascinato da questa donna con una cascata di riccioli biondi zingareschi e con occhi azzurri come acquemarine che volteggiava leggera come una farfalla a tempo di musica. In vita sua non aveva mai sentito una musica così sensuale interpretata da una così brava ballerina. E fu allora, vuoi per la musica, vuoi per la bellezza ed il coraggio della sua interprete che ebbe l'ardire di rivelare a se stesso:

Sì! Voglio diventare donna!

La compagnia accortasi di un giovane che a bocca aperta osservava la loro amica ubriaca, gli scoppio a ridere in faccia. Giuseppe ferito nell'orgoglio per essere sbeffeggiato in un momento di dolce abbandono fuggi e senza accorgersi dove andava attraversò un archivolto e s'immise in un vicolo dove s'imbattè in suo padre che ritornava dal fabbro: <<Cos fè-to belessì>> gli chiese secco l'uomo <<I son vnù a fé 'n gir>> disse Giuseppe tutto confuso e rosso in volto, <<Pija la bice e tornoma a ca>> gli rispose il padrone di casa.
Usciti dalla stradina padre e figlio ripercorsero la via dove si esibì la ragazza, Giuseppe finse di non notare l'allegra brigata che rideva e scherzava spensieratamente, ma i giovani riconosciutolo lo salutarono vivacemente, Giuseppe imbarazzato e preoccupato di quello che avrebbe pensato suo padre nel saperlo associato a dei gabbacristiani di quella specie rimase a testa bassa, dietro al suo vecchio come un cagnolino, senza ricambiare i saluti. L'uomo finse di non capire ma intuì che il suo figliolo non avrebbe avuto un destino simile ai suoi fratelli.
Un sabato mattina di luglio, il ragazzo svincolatosi dal lavoro decise di recarsi ad Alba. Salito sulla bicicletta percorse i dieci chilometri che dividono il paesino natale dalla cittadina, sulla strada un gruppo di manovali lavoravano a dorso nudo. La vista di quei corpi giovani, tonificati e atletici gli bloccò il respiro. Non capiva cosa gli stesse succedendo, sapeva solo che avrebbe voluto toccare quei corpi sodi e profumati d'ardimento. Era confuso ed eccitato e nello stesso tempo si vergognava di quello che provava, tutto in lui si ribellava a quelle emozioni, ma quelle emozioni non gli davano tregua, lo aggredivano tanto che perse il controllo della bicicletta e andò a sbattere contro un albero. Cadde. Uno di questi giovani vista la scena gli corse in aiuto. Si trattava di un ragazzo di circa venticinque anni, bruno, dai lineamenti marcati, tipico di queste valli. Quando Giuseppe lo vide corrergli incontro fu emozionato come se un eroe delle ere antiche fosse sceso dal Walhalla per occuparsi di lui; balbettava e sudava. Il giovanotto gli tese la mano, lo aiutò ad alzarsi ed assicuratosi che stava bene gli recuperò la bicicletta che era finita nel fossato. Giuseppe aveva le lacrime agli occhi, gratitudine mista a desiderio gli gonfiavano il cuore. Da quel momento prese coscienza del fatto che nella sua vita avrebbe amato i maschi come una donna. Risalì sulla bicicletta e senza nemmeno salutare il suo benefattore fuggì.

Giuseppe fugge perchè ha paura dei maschi.
Fugge perchè rimanda la felicità a quando sarà qualcosa di diverso da quello che è.
Fugge perchè il rumore di un martello pneumatico gli rimbomba nel cervello, stordendolo.

Scoprirsi diverso significa per un ragazzino di appena quindici anni precipitare in un abisso senza via d'uscita, per venirne fuori, ossia per imparare a convivere con la propria diversità serve solo una cosa, sentirsi capito e la sua famiglia non lo capiva: non capivano cosa poteva esserci oltre quelle colline dolci e riposanti, oltre i vigneti, oltre i boschi, i castani, i ciliegi in fiore che poteva attirare il loro figliolo. I suoi fratelli vivevano in armonia con il loro ambiente, lui invece cercava un mondo che non era il suo e che non immaginava quali abissi nascondesse. I suoi famigliari non capivano come mai Giuseppe pur non conoscendo le grandi città e la loro vita mondana ne fosse così attratto, inoltre non capivano perchè ogni volta che gli domandavano dei suoi sentimenti lui fuggisse.
Così dopo qualche anno di solitudine, di menzogne e di conflitti, Giuseppe emigrò a Roma dove trovò lavoro come lavapiatti presso un ristorante e lentamente imparò che non era il solo a provare quella inclinazione sessuale, ma amare un maschio da maschio non riusciva ad accettarlo, non si sentiva completo dentro un corpo che non rispondeva più all'immagine che aveva di sè. Ancora una volta fuggì, abbandonò il lavoro e partì per il Marocco, dove decise di diventare donna.
Giuseppe ha imparato il prezzo che pagano le persone come lui. Sa, poichè è stato preparato, che nel momento in cui svestirà la sua vecchia identità abbandonerà anche il suo passato, dovrà dire addio alla vecchia casa tra i campi, a sua madre, ai suoi fratelli, non potrà più correre libero per i sentieri in cerca di farfalle, non potrà gustare le prime fragole di campo. Addio alla sua amata bicicletta, addio ad Alba, addio al bosco solitario e crepuscolare con i suoi castani e pini, di esso rimarrà la nostalgia più intima verso una fanciullezza annientata.
Sradicato, solo, senza legami affettivi affronterà la vita in un corpo creato artificialmente.
Di notte si sveglia urlando poichè gli ormoni provocano incubi tremendi: sogna di camminare in un luogo immenso e buio, questo posto è una grotta con un'estensione in altezza infinita, invece i piedi toccano il suolo viscido e freddo. A causa dell'oscurità e di un silenzio inquietante un'onda di terrore risale dentro di lui, vorrebbe gridare aiuto ma il panico gli blocca il fiato, quindi resta in mobile, terrorizzato da una mano che con un bisturi lo sfiora. Un urlo e si ritrova desto sul letto con la fronte madida di sudore, si alza, va davanti allo specchio: è pallido, ha la pelle liscia come un uovo, senza quegli orribili peli neri, anche le sopracciglia sono ridotte a due linee sottili. Tutto è come deve essere: si passa le mani tra i capelli che crescono abbondanti poi manda giù due sonniferi e torna a dormire.
Il trapasso da uomo a donna non è senza traumi, ma lui è disposto a tutto.
La prima volta che fece l'amore con un maschio il suo corpo reagì bene, dopo l'orgasmo sentiva il sangue scorrergli in tutto il corpo, incominciava a prendere coscienza di sè. Giuseppe rinascendo in Corinne raggiunse il suo scopo, ma una voragine gli si apriva dentro, come un nulla interiore che la spingeva a consumare il sesso per provare a se stessa che era una vera donna, che era desiderata. Non so quanti maschi passarono dal suo letto, l'ultimo è Sergio: marito e padre devoto che a tarda notte ama spassarsela con i transessuali.
Squilla il telefono, Corinne alza la cornetta, dall'altra parte una voce maschile dice che non può incontrarsi con lei perchè problemi famigliari gli impediscono un seguito alla loro relazione. Corinne riattacca, poi si sdraia sul divano, accende un'altra sigaretta e pensa che è arrivato il momento di fuggire di nuovo.

Alessandro Dattola

Amanda Lepore